Quanto distanziarsi dal testo d'origine della traduzione... per non perdere il cliente?

Perché il cliente contesta così vivacemente proprio una traduzione curata più del solito, per la quale il traduttore ha forgiato pazientemente il testo italiano in modo da dargli davvero l’aspetto di una creazione originale anziché quello di una traduzione? Quanto è ammissibile, traducendo, distanziarsi dal testo sorgente?

Queste due domande sono piuttosto frequenti. Dal punto di vista del traduttore, non ci sono dubbi: il testo dev’essere plasmato in modo da sembrare quanto più possibile una creazione nella lingua di destinazione, pur senza tradire il dettato della lingua d’origine. Perché, allora, accade non di rado che una traduzione nella quale si è posta particolare attenzione nel ricercare questo difficile equilibrio, riceva critiche dal destinatario? Con argomentazioni, poi, che al traduttore sembrano del tutto fuori luogo: la traduzione ha un numero di parole troppo diverso dal testo d’origine; manca questa o quella espressione, i periodi sono troppo lunghi o troppo corti… critiche formulate dal committente, che non ha una reale competenza linguistica e spesso riesce appena a leggere il testo nella versione tradotta.

E’ un atteggiamento irritante, ma che ha una spiegazione precisa. Tutti noi, quando acquistiamo qualcosa, ne giudichiamo la qualità e cerchiamo elementi che ci convincano di avere speso bene i nostri soldi. Vi sono cose delle quali è più facile giudicare la qualità: un pranzo al ristorante, una camera d’albergo, un abito o qualche oggetto di cui siamo particolarmente esperti, ad esempio un’automobile, se siamo appassionati di motori. La valutazione può avere esiti diversi e personali, ma tutti siamo più o meno in grado di spiegare piuttosto analiticamente se un cibo è più o meno buono perché ben cotto o troppo salato, oppure se un’automobile è migliore o peggiore di un’altra perché consuma troppo carburante o ha i sedili particolarmente confortevoli.

Vi sono altri oggetti, però, dei quali fatichiamo a giudicare la qualità. Spesso si tratta di servizi: quando il consulente di una banca ci propone un investimento, come facciamo a giudicare se ciò che ci propone corrisponde veramente alla qualità promessa? Quando il medico ci prescrive una cura, siamo in grado di giudicare analiticamente la qualità della sua proposta e dei risultati eventualmente ottenuti? Forse no.
Eppure, una decisione dobbiamo prenderla: di conseguenza non rinunciamo a esprimere una valutazione su ciò che stiamo per acquistare o abbiamo appena acquistato. Poiché non possiamo giudicare analiticamente la ricetta del medico o l’investimento proposto dalla banca, spostiamo la nostra attenzione, più o meno consapevolmente, sui cosiddetti “surrogati” della qualità: quanto è noto il marchio della banca che ci sta offrendo di acquistare certi titoli? Il salottino di ricevimento era pulito e ordinato? Il medico che consiglia la cura parla con voce profonda e rassicurante? Il suo studio è in un palazzo del centro di una grande città o in un condominio di periferia? Proviamo a ricordare e non faticheremo a scoprire che tutti noi, almeno qualche volta, consciamente o no ci siamo fatti convincere della qualità di un acquisto sulla base di elementi estranei all’oggetto, che diventano importantissimi se l’oggetto stesso è destinato a restare per noi misterioso, perché superiore alle nostre capacità di analisi.

E’ ciò che accade ai clienti dei traduttori e delle agenzie di traduzione. Quasi nessuno di essi ha la competenza necessaria per valutare analiticamente la qualità di una traduzione, ma non intende affatto rinunciare a esprimervi un giudizio, e ne ha buon titolo, poiché è sua la decisione di affidare il lavoro a un certo traduttore o a una certa agenzia, scegliendoli fra i molti. Nell’esprimere questo giudizio, il cliente si rifà allora ai “surrogati”: la traduzione è lunga più o meno come il testo originale? C’è qualche parola che, pur non conoscendo la lingua, è in grado di riconoscere nei due testi? Il numero di periodi è rimasto uguale? Sono gli unici “surrogati della qualità” dei quali il cliente dispone per dire a se stesso: “Ho scelto bene – oppure – ho scelto male”.

Per il traduttore, queste argomentazioni sono del tutto futili. Egli resta comprensibilmente amareggiato, se il cliente giudica la qualità del suo lavoro secondo criteri per lui così privi di sostanza. Talvolta cerca disperatamente di “istruire” il committente sugli elementi di merito della traduzione, ottenendo naturalmente risultati nulli o innescando un circolo vizioso di rimproveri che può avere conseguenze commerciali disastrose.

In queste circostanze dobbiamo ricordare il processo mentale che ciascuno di noi compie allorché deve giudicare qualcosa di sconosciuto: scopriamo allora che l’atteggiamento del cliente non è sempre indice di superficialità o d’ignoranza, ma risponde a un meccanismo di comportamento che tutti, indistintamente, applichiamo, se messi nella stessa condizione. Se non abbiamo dati oggettivi per valutare analiticamente qualcosa che dobbiamo per forza giudicare (perché dobbiamo acquistarlo o utilizzarlo), in modo più o meno consapevole il nostro cervello “salta” come la puntina di un grammofono a valutare i “surrogati”, i soli elementi che siamo in grado di riconoscere.

Come comportarsi con le traduzioni, per evitare rischi e discussioni inutili? E’ importante lasciare al cliente i suoi punti di riferimento, ricordando che la qualità non è un valore assoluto e che può anche essere troppa. Evitare che il testo tradotto sia troppo difforme da quello originale per lunghezza e struttura ottica, ad esempio; oppure far sì che nella traduzione vi siano parole o strutture facilmente riconoscibili anche per chi non conosce la lingua, o la conosce poco, permettendogli così di creare qualche relazione rassicurante con il testo d’origine. Questi accorgimenti non impediscono di consegnare un’ottima traduzione, ma possono aiutare a prevenire fastidiose controversie e, in casi estremi, la perdita del cliente.

Astuzie banali, inaccettabili per un professionista, frutto della voglia di assecondare l’ingenuità del committente? Niente affatto. Basta ricordare come funziona la mente di tutti noi, traduttori compresi, quando è costretta a decidere su qualcosa che non conosce. Allora, anche queste e altre piccole accortezze diventano elementi di professionalità e di servizio consapevole.

© 2010 Luca Lovisolo
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1 commento per Quanto distanziarsi dal testo d’origine della traduzione… per non perdere il cliente?

  • Credo che sia giusto andare incontro al cliente e assecondarne i desideri. E’proprio per questo che i parametri di giudizio, secondo il mio parere, dovrebbero essere stabiliti in anticipo, a tavolino, con il committente, in modo tale che il traduttore abbia ben in mente durante la fase di elaborazione quali sono i suoi punti di riferimento, e il cliente finale possa alla fine controllare se le sue direttive sono state rispettate. Più che a rintracciare delle strutture simili tra la lingua di partenza e quella d’arrivo, il cliente dovrebbe valutare l’impressione che ottiene leggendo la traduzione. Se il testo scorre in modo naturale e spontaneo, siamo difronte sicuramente ad una traduzione migliore rispetto ad una che, seppur più simile all’originale, si inceppa ad ogni paragrafo. Se il messaggio che il testo di partenza voleva comunicare inoltre passa in modo chiaro, il committente può giudicare i suoi obiettivi raggiunti.

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